mercoledì 21 aprile 2010

Oltre lo stereotipo

Nel mondo della globalizzazione, di internet, tutto diventa relativo a causa delle mediazioni. Quanto è importante oggi essere maschio o femmina? Resta il problema del singolo: su che cosa baso la mia identità? Che cosa è funzionale alla mia crescita? Come posso realizzare me stesso?

Ciò rende tutte le culture, le ideologie e gli stereotipi relativi. Possiamo trascendere tutti gli aspetti fenomenologici, rimanendo connessi con la morale della vita: conformità del comportamento al principio positivo della vita.L’80-90% dei messaggi che la società trasmette vanno a rinforzare gli stereotipi e i complessi, mai la vita vera che c’è in ognuno di noi. Per “educare alla persona” è necessario che, fin dall’inizio, i genitori e gli insegnanti educhino il bambino alla scoperta e all’ascolto dei suoi messaggi interiori, spontanei e originali. Né la scuola, né la famiglia possono sostituire la realizzazione interiore. Nel percorso di sensibilizzazione con i genitori è stato proiettato il film “In mezzo scorre il fiume” (Redford, USA, 1992). Il fatto-vita mostrato dal film sottolinea come la relazione diadica che la madre frustrata instaura con il figlio, fa sì che quest’ultimo, malgrado sia un ragazzo di grande talento, diventi un perdente e una persona incapace di sfruttare le opportunità della vita.

I bambini o la famiglia sono solo momenti di passaggio nella vita della persona, mai lo scopo finale. Insistendo sul rispetto della famiglia e promuovendo la devozione e il sacrificio, disorganizziamo il progetto finale dell’essere persona e rinforziamo la devianza sociale.
Il primo principio della natura è l’egoismo vitale: solo da un albero sano possono venire buoni frutti. Come diceva E. Fromm, “il principale compito dell’uomo è dare alla luce se stesso”. Questo è, se possibile, ancora più vero per le donne.

venerdì 12 marzo 2010

AVATAR: dall’originale al virtuale

Avatar: una parola più che mai attuale grazie al successo dell’ultimo film di James Cameron. Ma questo non basta: per chi vuole saperne di più, può essere molto interessante risalire al significato originario di questa parola e a come si è andata modificando in questi anni…

La parola Avatar, infatti, deriva dal sanscrito avatara (“discesa”) ed è utilizzata dalla religione induista per indicare la discesa della divinità in forma corporea, quindi la sua incarnazione.

L’utilizzo che è stato successivamente fatto di questa parola, da Secondo Life all’omonimo kolossal cinematografico, ha poco a che vedere con il suo senso “traslato”: si tratta in realtà di un vero e proprio “ribaltamento” del concetto d’origine.

Su Second Life, e più in generale in ambito informatico, la parola avatar indica la rappresentazione grafica utilizzata dagli utenti per “identificarsi” quando entra in comunicazione con altri utenti. Insomma, un’incarnazione di un’identità digitale che non esiste, ma sussiste in parallelo a quella sociale. Questo alter ego, in un modo o in un altro, compensa e alimenta ciò che l’ìndividuo non è nella realtà quotidiana. Siamo molto lontani da ogni richiamo di spiritualità o divinità…

Nel film di Cameron, la parola avatar indica un “programma” che permette all’uomo di creare un’interfaccia mentale e corporea con il popolo Na’vi. Ma chi sono i Na’vi? Al di là delle considerazioni sulle tematiche sociologico-ambientali, il metodo ontopsicologico ci offre un’ulteriore chiave di lettura: quello dei Na’vi è il-mondo-della-vita, lì dove le forze primordiali della natura governano sovrane, immutabili e insindacabili. Il punto di distorsione che l’approccio ontopsicologico permette di rilevare è che anche l’uomo origina e appartiene a questo stesso mondo, ma ha perso la “connessione”; per questo, si trova a dover scontare una paradossale situazione dove ciò che per natura gli è legittimo, è raffigurato come alieno e quasi mitologico. L’uomo quindi ha perso l’accesso naturale a questo mondo e, per reimmergersi in esso, crea dei “link” artificiali, sempre mediati dalla macchina, che gli permettono di “incarnarsi” in questo Eden perduto abitato dai Na’vi. Cosa deve fare qui l’avatar? Ascoltare e imparare il particolare rapporto empatico che esiste fra le sue creature che - guarda caso - sembra essere mediato da particolari legami fra le radici degli alberi, che si uniscono in una sorta di rete di sinapsi neuronali, altamente sviluppata e interconnessa…

Non a caso siamo nel mondo di Pandora, immagine mitologica legata alle “oscure forze del male” solo per chi non sa che i “mostri” nascono quando si rinchiude nell’inconscio la straordinaria forza degli istinti; forza che, quando amministrata con consapevolezza e ordine, segna invece la via dell’auto-realizzazione.

Ecco perché parliamo di “ribaltamento” del significato di avatar: non è più lo spirito divino che si incarna ma, al contrario, è l’uomo che attraverso la macchina si costruisce un’identità fittizia con la quale cerca di connettersi alla forza della natura, al mondo-della-vita che ormai per lui è inconscio. Quindi il significato di “avatar”, così come in Second Life, ha perso ogni connessione con l’entità divina di provenienza, ma anzi incarna il tentativo di raggiungere un divino che, a causa dell’interposizione della macchina, è orami sempre più alieno.

Non è più il dio che scende per aiutare l’uomo su questo pianeta, ma è l’uomo che cerca vanamente se stesso con la mediazione della macchina.

giovedì 4 febbraio 2010

Trigger e campo semantico

“Trigger”: appena viene toccata una certa situazione, si determina l’attivazione dinamica, la dinamica dell’effetto. Ad esempio, ciò può avvenire leggendo la lettera di una persona (morta o viva, è indifferente), entrando in un posto formalizzato dall’emozione sistemica di un qualsiasi luogo, soggetto o oggetto (se questo ha legata con sé una certa dinamica, un’informazione attiva condensata). Un classico esempio di questo tipo di campo semantico è la sindrome di Stendhal: un depositato che si attiva appena ha il contatto del vivente complementare.

martedì 24 novembre 2009

L'impostazione di Antonio Meneghetti è fortemente agganciata alla socioanalisi. Ciò che colpisce dall'analisi fatta con lo strumento della Cinelogia è, non soltanto la capacità di arrivare alle problematiche dei nostri giorni, ma il fatto di farlo in maniera puntualmente rivisitata a seconda delle generazioni, delle classi sociali, dei generi. E' una tecnica linguistica che viene adottata per spiegare, secondo l'impostazione dell'Ontopsicologia applicata al cinema, le diverse situazioni, le contraddizioni, i dubbi e i chiaro scuri della società.

venerdì 23 ottobre 2009

Arte che schiavizza o arte di vita?

Oggi l’arte è diventata un rifugio, un campo in cui è consentito dare realtà al mondo della fantasia, dell’immagine, dell’irrazionale: in quanto arte, tutto è permesso, anche l’apparente assurdo. Mediante l’arte, l’uomo esprime qualcosa che lo necessita da dentro, anche se poi non lo comprende. In questo campo, la ragione non trova spazio e l’artista indica la verità rimanendone inconscio. Oggi l’arte è quasi sempre esposizione schizofrenica di un malessere, denuncia di un limite; relegandola come campo dell’assurdo, dell’impossibile, dell’inspiegabile, esaltandola come alto valore sociale, non si fa altro che accettare e confermare il limite, anzi, goderne segretamente. Anche il film, come opera d’arte, indica che l’uomo è affidato ad un “perché” inspiegabile.

L’artista, libero da vincoli razionali, esprime questa schizofrenia latente e dà forma ai simboli di una codificazione attraverso segni in negativo che preorientano la coscienza egoica. L’artista – espressione di sensibilità punta nel sociale – rivela questa decadenza dell’umano e la presenza del male nelle sue effettualità.

Anche il cinema è esposizione schizofrenica della vita e, una volta compreso, indica l’errore, il complesso base dell’inconscio umano. L’arte diviene sublimazione esaltata nel e, come tale, esprime ed esalta una filosofia di vita per la morte, facilmente rintracciabile in molti film di successo. È una filosofia che conduce l’accelerazione della fine e che poi la propone come unica possibilità, anzi la più ambita, che si veste di sublime, di alto, di eroico, di spirituale. Sembra che l’uomo ami il segno che lo segna e lo schiavizza a prezzo della sua individualità.

approfondimenti su www.ontopsicologia.org

domenica 21 giugno 2009

La cinelogia

Analisi logico comportamentale attraverso proiezione filmica. Analisi delle dinamiche emotive attivate dall'impressione o contatto di immagini in scorrimento nello spettatore.
Nella scuola ontopsicologica la cinelogia è basata sulla reazione dei processi emotivi dello spettatore, azionati dal contatto con le immagini episodiche proiettate sullo schermo, per cui il film analizzato non è il contenuto previsto dalla regia o dalla storia di copione, ma a) il vissuto dello spettatore o b) l'intenzionalità inconscia individuale o c) sociale espressa dal regista e dal
soggettista.

Metodologia
Lo svolgimento della cinelogia è il seguente.
1) Introduzione alla cinelogia e alla tematica del film (da parte del conduttore), e proiezione del film.
2) Dopo un quarto d'ora di intervallo dalla fine, il conduttore prende la parola, invitando chiunque dei presenti ad esporre in modo immediato quei passaggi del film dove si è più emozionato.
3) Ascoltati tutti i volontari - dai quali si evidenzia un secondo film per molti aspetti difforme da quello proiettato - inizia la terza fase, che è la più importante. Essa appartiene completamente al conduttore, il quale, dopo l'analisi, effettua una rimessa a punto e dà una direttiva, assumendo come criterio non l'immagine, le teorie, l'idea, la filosofia, la politica, ma soltanto il reale della vita.

Per approfondimenti: ontopsicologia

giovedì 14 maggio 2009

etimologia di cinelogia

Cinelogia

“Cine” (dal gr. “κίνησις”) significa: cinema, azione, immagine in movimento; “logia” (dal gr. “λόγος”) è la scienza, la conoscenza, il discorso, il modo di analisi.

In sostanza, la cinelogia è l’uso di quella logica che consente di discriminare la positività o negatività di un film, in rapporto alla coscienza, all’essere umano nel suo contesto sociale di oggi. Quindi se lo motiva ad un più essere o invece lo demotiva o lo limita a regressioni di quelle infinite specie che tutti constatiamo nel mondo.

Cinelogia significa allora individuare qual è la logica dell’immagine filmica, logica chiaramente prevista dall’angolo dell’uomo, il cui criterio fondante è l’In Sé ontico. In questo senso, cinelogia sarebbe il principio base che poi viene applicato in tutto ciò che è l’arte, il successo, la comunicazione, l’informazione propria, specifica di tutto ciò che è immagine in movimento (teatro, cinema, pubblicità, etc.).