venerdì 5 ottobre 2012

Presentazione libro "La Cinelogia ontopsicologica"

In occasione della 7° edizione della Fiera del Libro di Roma "Più libri, più liberi" si svolgerà la Conferenza 'Cinema e Società: Le Nuove Frontiere' con la presentazione della nuova edizione del volume "Cinelogia ontopsicologica', già da alcuni anni testo base e oggetto di studio di un seminario dal titolo 'La Cinelogia: Cinema e Inconscio' attivo presso la I Cattedra di Sociologia corso avanzato, Facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma.

sabato 13 agosto 2011

SE 'LE DIABLE AU CORPS' PORTA A UCCIDERE E MORIRE

Trasposto in pellicola cinematografica per la prima volta nel 1947, in Francia, con il titolo 'Le diable au corps', anche nella versione filmica il romanzo di Raymond Radiguet 'Il diavolo in corpo' preservò quella peculiarità originaria del racconto caratterizzata da un perenne contrappunto a metà tra incubo e realtà. Un libro e un film, insomma, segnati – come è stato scritto - “dall'andatura aspra e lucidissima della cronaca di un brutto sogno”.

In verità, a rilevare nell'arte in genere e nel cinema in particolare l'espressione di quella stessa realtà inconscia che si verbalizza anche nel cifrato onirico, è stata – nel panorama della ricerca internazionale applicata alla psicologia – l'Ontopsicologia fondata da Antonio Meneghetti. Alla luce della cinelogia nell'ottica ontopsicologica e dei codici interpretativi forniti al riguardo da questa Scuola, quando “il demonio è dentro di te” così come il giovanissimo romanziere Radiguet lo consegnò anche ai cineasti di qualche decennio dopo, si attivano una serie di determinismi suicido-omicidi, come inevitabile consumazione di quella stessa istanza complessuale che sta a monte del vissuto biografico dell'autore. Per la cronaca, Radiguet ebbe realmente una relazione, da adolescente, con una donna più avanti negli anni andata in sposa come promesso ad un altro uomo. Realmente quella donna – così come nel libro e poi anche nel film – morì nel mettere al mondo un figlio. E lo stesso Radiguet, concluso il romanzo, si spense poco più che ventenne colpito da tifo. L'unico 'delitto' che, nella vita e nel libro, Radiguet si astenne dal compiere o immaginare, fu quello di uccide il padre.

sabato 16 aprile 2011

Ontopsicologia insegna come combattere il potere occulto

L'occupazione delle leve del potere in modo occulto in Italia è una costante e, nel tempo, ha determinato una serie di guai. Pensiamo alla più innocente delle 'raccomandazioni': un modo classico per fare carriera, per esempio, in ambito giornalistico. Tant'è che da più parti si invoca persino l'abolizione dell'ordine professionale. Oppure, pensiamo ai tentativi di golpe: mica servono per forza i militari, i golpe peggiori sono quelli striscianti...

L'Ontopsicologia offre gli strumenti per fronteggiare tali situazioni, ponendo dell'individuo al centro della realtà, insegnandogli a relazionarsi con gli altri e a trovare in sè le risorse per portare a proprio vantaggio anche gli eventi più sgradevoli.

giovedì 3 febbraio 2011

Il rimosso e la cinelogia

Con il termine “rimosso” Freud intendeva quei desideri, quelle fantasie e quei sentimenti inaccettabili che vengono percepiti dal soggetto come pericolosi e che, pertanto, per autodifesa dell’Io, vengono tenuti fuori dalla sfera della coscienza, anche se rimangono comunque attivi e condizionano la vita dell’individuo. Per far riemergere nella sfera della coscienza questo rimosso, Freud utilizzava la tecnica delle libere associazioni e dell’interpretazione dei sogni: dato un simbolo, un’immagine, attraverso il sogno del soggetto o i suoi discorsi, si cercano le possibili associazioni, per individuare la pulsione primaria che si cela sotto quel simbolo o immagine. Per rilevare quella parte deforme che sottintende tutti i processi razionali del soggetto e che, a sua insaputa, struttura il suo comportamento, la scienza ontopsicologica si avvale, tra l’altro, della tecnica cinelogica (rif. Cinelogia): nel film una scena o un personaggio può far associare allo spettatore personali esperienze o ricordi rimossi, che lo spettatore stesso, grazie all’intervento del conduttore esperto, può verbalizzare e comprendere, con conseguente ampliamento di coscienza. E ciò si realizza perché, innanzi alle immagini in movimento del film, nello spettatore si verifica una attenuazione dell’inibizione dell’Io cosciente e razionale, con conseguente abbassamento delle proprie difese ed esposizione del proprio inconscio. Pertanto, fare cinelogia non significa fare spettacolo o suscitare curiosità, ma entrare dentro l’anima come si opera la vita, recuperandola dai complessi e dalle distonie.

mercoledì 21 aprile 2010

Oltre lo stereotipo

Nel mondo della globalizzazione, di internet, tutto diventa relativo a causa delle mediazioni. Quanto è importante oggi essere maschio o femmina? Resta il problema del singolo: su che cosa baso la mia identità? Che cosa è funzionale alla mia crescita? Come posso realizzare me stesso?

Ciò rende tutte le culture, le ideologie e gli stereotipi relativi. Possiamo trascendere tutti gli aspetti fenomenologici, rimanendo connessi con la morale della vita: conformità del comportamento al principio positivo della vita.L’80-90% dei messaggi che la società trasmette vanno a rinforzare gli stereotipi e i complessi, mai la vita vera che c’è in ognuno di noi. Per “educare alla persona” è necessario che, fin dall’inizio, i genitori e gli insegnanti educhino il bambino alla scoperta e all’ascolto dei suoi messaggi interiori, spontanei e originali. Né la scuola, né la famiglia possono sostituire la realizzazione interiore. Nel percorso di sensibilizzazione con i genitori è stato proiettato il film “In mezzo scorre il fiume” (Redford, USA, 1992). Il fatto-vita mostrato dal film sottolinea come la relazione diadica che la madre frustrata instaura con il figlio, fa sì che quest’ultimo, malgrado sia un ragazzo di grande talento, diventi un perdente e una persona incapace di sfruttare le opportunità della vita.

I bambini o la famiglia sono solo momenti di passaggio nella vita della persona, mai lo scopo finale. Insistendo sul rispetto della famiglia e promuovendo la devozione e il sacrificio, disorganizziamo il progetto finale dell’essere persona e rinforziamo la devianza sociale.
Il primo principio della natura è l’egoismo vitale: solo da un albero sano possono venire buoni frutti. Come diceva E. Fromm, “il principale compito dell’uomo è dare alla luce se stesso”. Questo è, se possibile, ancora più vero per le donne.

venerdì 12 marzo 2010

AVATAR: dall’originale al virtuale

Avatar: una parola più che mai attuale grazie al successo dell’ultimo film di James Cameron. Ma questo non basta: per chi vuole saperne di più, può essere molto interessante risalire al significato originario di questa parola e a come si è andata modificando in questi anni…

La parola Avatar, infatti, deriva dal sanscrito avatara (“discesa”) ed è utilizzata dalla religione induista per indicare la discesa della divinità in forma corporea, quindi la sua incarnazione.

L’utilizzo che è stato successivamente fatto di questa parola, da Secondo Life all’omonimo kolossal cinematografico, ha poco a che vedere con il suo senso “traslato”: si tratta in realtà di un vero e proprio “ribaltamento” del concetto d’origine.

Su Second Life, e più in generale in ambito informatico, la parola avatar indica la rappresentazione grafica utilizzata dagli utenti per “identificarsi” quando entra in comunicazione con altri utenti. Insomma, un’incarnazione di un’identità digitale che non esiste, ma sussiste in parallelo a quella sociale. Questo alter ego, in un modo o in un altro, compensa e alimenta ciò che l’ìndividuo non è nella realtà quotidiana. Siamo molto lontani da ogni richiamo di spiritualità o divinità…

Nel film di Cameron, la parola avatar indica un “programma” che permette all’uomo di creare un’interfaccia mentale e corporea con il popolo Na’vi. Ma chi sono i Na’vi? Al di là delle considerazioni sulle tematiche sociologico-ambientali, il metodo ontopsicologico ci offre un’ulteriore chiave di lettura: quello dei Na’vi è il-mondo-della-vita, lì dove le forze primordiali della natura governano sovrane, immutabili e insindacabili. Il punto di distorsione che l’approccio ontopsicologico permette di rilevare è che anche l’uomo origina e appartiene a questo stesso mondo, ma ha perso la “connessione”; per questo, si trova a dover scontare una paradossale situazione dove ciò che per natura gli è legittimo, è raffigurato come alieno e quasi mitologico. L’uomo quindi ha perso l’accesso naturale a questo mondo e, per reimmergersi in esso, crea dei “link” artificiali, sempre mediati dalla macchina, che gli permettono di “incarnarsi” in questo Eden perduto abitato dai Na’vi. Cosa deve fare qui l’avatar? Ascoltare e imparare il particolare rapporto empatico che esiste fra le sue creature che - guarda caso - sembra essere mediato da particolari legami fra le radici degli alberi, che si uniscono in una sorta di rete di sinapsi neuronali, altamente sviluppata e interconnessa…

Non a caso siamo nel mondo di Pandora, immagine mitologica legata alle “oscure forze del male” solo per chi non sa che i “mostri” nascono quando si rinchiude nell’inconscio la straordinaria forza degli istinti; forza che, quando amministrata con consapevolezza e ordine, segna invece la via dell’auto-realizzazione.

Ecco perché parliamo di “ribaltamento” del significato di avatar: non è più lo spirito divino che si incarna ma, al contrario, è l’uomo che attraverso la macchina si costruisce un’identità fittizia con la quale cerca di connettersi alla forza della natura, al mondo-della-vita che ormai per lui è inconscio. Quindi il significato di “avatar”, così come in Second Life, ha perso ogni connessione con l’entità divina di provenienza, ma anzi incarna il tentativo di raggiungere un divino che, a causa dell’interposizione della macchina, è orami sempre più alieno.

Non è più il dio che scende per aiutare l’uomo su questo pianeta, ma è l’uomo che cerca vanamente se stesso con la mediazione della macchina.

giovedì 4 febbraio 2010

Trigger e campo semantico

“Trigger”: appena viene toccata una certa situazione, si determina l’attivazione dinamica, la dinamica dell’effetto. Ad esempio, ciò può avvenire leggendo la lettera di una persona (morta o viva, è indifferente), entrando in un posto formalizzato dall’emozione sistemica di un qualsiasi luogo, soggetto o oggetto (se questo ha legata con sé una certa dinamica, un’informazione attiva condensata). Un classico esempio di questo tipo di campo semantico è la sindrome di Stendhal: un depositato che si attiva appena ha il contatto del vivente complementare.